giovedì 31 ottobre 2013

A proposito di fantascienza: " Le Cronache di Gaia - Nautilus" by Claudia Tonin

Ho aspettato con impazienza l'uscita di questo libro, fin da quando ho letto l'ultima parola del primo volume di questa saga di fantascienza, scritta niente meno che da una promettente scrittrice della mia zona, Claudia Tonin, alla sua terza pubblicazione dopo Esedion ( Linee Infinite Edizioni, 2011) e Le cronache di Gaia- Pearls ( Edizioni Domino, 2012). Con la sua penna, questa autrice ci trasporta in un futuro in cui la Terra è diventata Gaia e la supremazia mondiale è nelle mani delle sole donne, mentre i maschi, quegli esseri "violenti e primitivi", sono confinati in Nuova Zelanda o niente meno che su Marte. 
Per darvi un'idea di cosa stiamo parlando, qui trovate la recensione del primo libro, mentre di seguito ecco la mia recensione su Nautilus.


TITOLO: Le Cronache di Gaia
SOTTOTITOLO: Nautilus
AUTORE: Claudia Tonin
CASA EDITRICE: Edizioni Domino
COLLANA:  Fantascienza
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2013
PAGINE: 270
PREZZO DI COPERTINA: euro 15,00

 TRAMA:

"Sono passati dodici anni e Sam non è più il neonato che Moira stringeva tra le braccia mentre metteva piede su Marte. Il ragazzo è cresciuto assieme al senso di disagio verso la società femminile di Gaia. Nonostante l’amicizia che lo lega a Johanna lasciare la sua famiglia e andare a sud, nella scuola maschile del Forte, è proprio quello che desiderava. Non sarà solo, suo padre e Johannes lo seguiranno passo a passo mentre nuovi amici gli si stringeranno attorno. 
Anche Han Chan Mei lo segue da lontano, sa che quel ragazzo potrebbe diventare un problema. Per questo è stata generata una bambina molto speciale e ha preparato una nuova governatrice in grado di tenere testa alla resistenza.
In una lenta partita a scacchi Han Chan Mei e Andrej Kurikov si sfidano muovendo i loro pezzi e disponendoli con abilità nella scacchiera. Eppure, nel mezzo dei due contendenti, c’è chi non vuole essere solo un pedone e pensa che non sia necessario uno scacco matto per porre fine alla partita.
Nella seconda parte de Le cronache di Gaia una nuova generazione si affaccia alla lotta e l’esito della sfida non sarà per nulla scontato."

RECENSIONE

Definire "terribili" le donne che popolano le pagine di questa nuova fatica letteraria è a dir poco generoso, specialmente per alcune di loro in particolare. Mi riferisco soprattutto ad Han Chan Mei, una delle Sette Sorelle Fondatrici nonché loro leader, quella donna che ha guidato la rivoluzione contro il potere egemonico del genere maschile nella prima metà del XXII secolo - quindi in un futuro non poi molto lontano dal nostro - dando origine a un pianeta tutto al femminile e che ora sembra intenzionata a voler ridimensionare ulteriormente la presenza maschile non solo sulla Terra - ops, su Gaia, ma anche in tutto l'universo. E' il personaggio che di sicuro mi ha più colpita, per le sue idee e per i suoi progetti, letteralmente da brivido. 
D'altro canto, si deve riconoscere una certa importanza anche ai personaggi che, pur nella loro imperfezione - punto, tra l'altro, sul quale devo ricordarmi di spendere due parole - sono connotati in modo positivo.
Ritroviamo dunque Moira, la genitrice che, dopo aver dato alla luce non una femmina, ma un maschio, a causa dell'inervento di Amit Patyl, medico che, mascherato da donna, ha controllato e assisitito la sua gravidanza, si è trasferita su Marte con il piccolo Sam. Ed è proprio lui uno dei personaggi chiave di tutta la storia, anche se in questo secondo volume è appena dodicenne. Il perché di questa importanza verrà presto rivelato, ma ovviamente non da me, non voglio certo rovinarvi la sorpresa! Poi ci sono Johanna, la figlia del comandante Johannes Harkett e Nancy Freeman, l'amica di Moira che, per proteggere lei e Sam, li ha seguiti su Marte finendo per innamorarsi del bel comandante; Andrej Kurikov, nipote di una delle Sorelle Fondatrici e leader della resistenza, con sua moglie Samantha; ma ritroviamo, inaspettatamente, la figura di Amélie Rousseau, la giornalista che in Pearls era stata incaricata di inervistare le Sette Sorelle Fondatrici e di recarsi su Marte per parlare con l'ultima di loro, nonché spinta anche dalla sua curiosità di comprendere il significato di "famiglia" e di "assetto antico", concetti del tutto estranei su Gaia. Amélie è diventata ora Preside del Forte, la scuola maschile nell'emisfero Sud di Marte, cui anche Sam dovrà recarsi, accompagnato da Johannes in veste di professore.

L'aria che si respira su Marte è diversa ma non certo meno tesa di quella di Gaia: il dubbio, che lentamente si fa certezza, di una resistenza, la nascita anomala di maschi a discapito di quella di femmine, le relazioni a volte compromettenti o dai risvolti imprevisti che si vengono a creare tra i diversi personaggi costituiscono un continuo stimolo per il lettore, per andare avanti e vedere se, nelle ultime pagine, sarà in grado di fare chiarezza sull'intera vicenda. Ma, visto che questo è soltanto il secondo libro, Claudia Tonin ha ovviamente deciso di serbarsi il meglio per la fine, e come darle torto?  I colpi di scena non mancano, la trama nel complesso è ricca e ben strutturata, costruita su una solida rete di collegamenti e di riferimenti che coinvolge, in modo più o meno diretto, ogni singolo personaggio, tanto che alla fine questi risultano legati in modi diversi tra loro ma, oserei dire, determinanti per garantire qualche svolta imprevedibile nel prossimo volume. Non mancano gli elementi tipici della fantascienza: dalle astronavi alla colonizzazione di Marte, all'importanza della biologia e alla presenza di esperimenti nell'ambito dell'eugenetica e della clonazione, ma viene dato ampio spazio anche ai sentimenti e ai rapporti umani, nelle loro più svariate forme d'odio e di amore. Fondamentale a questo scopo, si rivela la presenza di Amélie, donna che, nata e cresciuta su Gaia, prova un'istintiva avversione verso gli uomini, ma scoprirà che quello che di loro le hanno detto durante la sua infanzia potrebbe non corrispondere del tutto a verità. In questo libro nasce un nuovo sogno: e se fosse possibile trovare un'armonia tra l'assetto di Gaia e quello di Marte? Mi chiedo che risposta sarà data a questo nelle "prossime puntate".
Sempre parlando dei personaggi, essi sono ben caratterizzati, anche se in alcuni casi in modo non molto approfondito, e, come detto sopra, sono imperfetti: molto spesso i loro pensieri sono condizionati dalla loro educazione o dai loro incarichi, e pertanto rimangono divisi tra ciò che provano e ciò che devono fare. Ho trovato anche una certa ambiguità in alcuni - parecchi a dire il vero - di loro, ma è un'ambiguità decisamente positiva: i loro comportamenti a volte contradditori e imprevidibili stuzzicano la curiosità del lettore, percHé non si può mai essere certi di quale decisione alla fine verrà presa, nè fare previsioni sicure su quello che accadrà nelle pagine successive. 

L'unica nota che ho trovato dolente, è stato lo stile, soprattutto per quanto riguarda la prima parte, mentre nella seconda il problmea si "aggiusta". Ho avuto l'impressione di una scrittura frettolosa, poco riflettuta e meditata, troppo poco ritmata. I personaggi vengono presentati nei primi capitoli in modo piuttosto veloce e quasi sbrigativo, mentre vengono approfonditi soltanto in seguito, come se l'autrice avesse voluto per prima cosa presentare tutti gli attori della sua storia e poi guidarne l'azione. A livello meramente stilistico questo si traduce in frasi, a mio avviso, troppo lunghe, con troppe virgole e pochi punti, e quindi in periodi che comprendono al loro interno più azioni. Altre due cose, il narratore e i punti di vista. All'inizio la voce narrante sa tutto di tutti e ci tiene ad informarne il lettore, spezzando momentaneamente la narrazione  per rivelare dei particolari o degli aspetti dei protagonisti che sarebbe stato più intrigante venire a sapere da questi stessi, ricavandoli dai loro discorsi o dai loro atteggiamenti. Per quanto riguarda il punto di vista, sempre in questa prima parte, è un po' troppo "instabile", come se fosse un grillo che si sposta in continuazione da una posizione all'altra, dando un'idea di impulsività nello scrivere e causando un leggero fastidio a quei lettori che, come me, vorrebbero che all'interno di un paragrafo o di un capitolo la storia fosse raccontata soltanto da un personaggio e non che ci siano frasi riferite un po' a tutti. Anche queste particolarità però si esauriscono nel corso della lettura, forse quello che serviva all'autrice era solo di riprendere un po' "la mano", per così dire, con la sua storia e i suoi protagonisti.

Per il resto,  Nautilus è il degno seguito di Pearls e non tradisce le aspettative del lettore, ma anzi lo lascia con una certa ansiosa curiosità di sapere come tutto andrà a finire. Per cui, quanto devo aspettare per il terzo?






 

mercoledì 16 ottobre 2013

Fantastiche e irraggiungibili utopie e presentazioni del fine settimana

Va bene, a un mese o poco più dall'inizio della scuola mi rendo conto di quanto sia purtroppo impensabile riuscire a produrre una recensione alla settimana e, più ancora, riuscire a leggere un'ora al giorno o giù di lì. Lo giuro, ci ho provato, sfruttando il tempo in corriera la mattina e al rientro da scuola e le prime sere libere, ma purtroppo c'è sempre un Fichte o un Hegel che richiede la mia attenzione, Orazio che si contende le lezioni con Giovenale e vuole essere messo a confronto con lui, e sculture e architetture che il professore di Storia dell'Arte poi chiedede nell'interrogazione - e a questo proposito dovrei anche mettermi a studiare un po' di quadri, visto che domani c'è la possibilità di un bel interrogatorio. Insomma, tempo per i libri, o da dedicare a questo piccolo blog, non ce n'è tanto quanto ne vorrei; anzi, ci sono giorni in cui mi sembra di non avere nemmeno il tempo per respirare. E i restanti weekend di ottobre non si prospettano meno impegnati dei giorni settimanali, grazie al mio bravo editore che ha deciso di fissarmi ben due presentazioni per sabato e domenica! Ma questo, in effetti, mi va anche bene :) E se siete della zona di Treviso o dintorni, vi aspetto numerosi!

La prima presentazione si terrà sabato 19 ottobre alle ore 17.00, nella Sala Conferenze della Biblioteca Comunale di San Polo di Piave (TV).

La seconda, invece, domenica 20 ottobre a Casale sul Sile (TV), al piano superiore della Biblioteca Comunale - Villa Bembo, alle ore 17.30.

Il libro presentato sarà sempre il primo della mia trilogia, "Il Sigillo di Aniox - Ritorno alle origini", di cui vi lascio la copertina e la sinossi.

AUTORE:Chiara De Martin
TITOLO:Il Sigillo di Aniox-Ritorno alle origini (libro primo)
EDITORE:Piazza Editore
 
TRAMA:La vita di Rut viene sconvolta la notte del suo quattordicesimo, quando, durante la sua festa, degli sconosciuti fanno irruzione in casa sua con l'intento di catturarla. Da quel momento, la sua vita non potrà più essere la stessa. Accompagnata da Jack, suo amico e protettore, e dalle Sorelle della Luna, Rut ritornerà ad Aniox, uno dei Ventiquattro Regni, tra le braccia dei suoi genitori naturali. Fin da subito, però, l'ombra di una guerra contro il Destinato, giovane mago intenzionato a conquistare il suo Regno, oscurerà la felicità delle sue giornate, assieme alle parole d'amore e morte di un'indovina e alla misteriosa attrazione che Rut sente verso le montagne che occupano il suo orizzonte, legate ad un'antica leggenda di paura e magia. E mentre il Destinato e il suo generale Philibert si faranno sempre più vicini, portando con loro la minaccia di uno scontro armato, una figura mascherata, chiamata La Lince, lotta per mantenere e Rut deve fare i conti anche con i battiti sempre più forti del suo cuore.


MI RACCOMANDO SPARGETE LA VOCE!! :)

E adesso sarà il caso che torni a studiare, prima di ridurmi così a ridosso delle interrogazioni  e peggio ancora della tanto famigerata Maturità....
 





sabato 12 ottobre 2013

La casa del Padre, un romanzo di Roberta Sorgato

Direi che rileggere un libro a distanza di anni aiuta non soltanto a capire la storia più a fondo e meglio, ma anche, e forse soprattutto, quanto e come siamo cambiati noi stessi. Quando ho letto "La casa del Padre" di Roberta Sorgato, qualche anno fa, probabilmente non avevo capito a fondo il suo messaggio o sicuramente lo avevo interpetato in modo diverso. Grazie a qualche mese di esperienza in più, durante questa rilettura mi è stato possibile, almeno credo, dare un nuovo significato a frasi che in precedenza si erano confuse tra le altre, semplice lettere tra lettere. Ora dunque vorrei parlarvi di questa scrittrice che vive proprio in quella che è la mia zona, e di cui avevo già recensito, in passato, "Cuori nel pozzo" ( recensione qui: Cuori nel pozzo)

 
TITOLO:  La casa del padre
AUTORE: Roberta Sorgato
CASA EDITRICE: Tracce Edizioni
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2008
PAGINE: 193
PREZZO:
euro 14,00
IN COPERTINA: Il capanno della foce di Roberto Bertazzon


TRAMA

"Nelle sue Ultime lettere di Jacopo Ortis il Foscolo considera, atraverso il suo protagonista, passioni e ideali come "illusioni", che servono in ogni caso ad aiutare a vivere e affrontare il terribile quotidiano. Anche la vita di Eva Ernesti, la protagonista, è una continua illusione, che si trasforma spesso in forte delusione, ma alla fine, magari dopo rabbia e risentimenti, accetta fatalisticamente i casi avversi della sua esistenza senza lasciarsi travolgere dal pessimismo. 
La casa del padre di Roberta Sorgato non è tuttavia solo questo. Gli affetti di una vita normale, l'amore vissuto come elemento totalizzante nelle sue diverse versioni vengono improvvismente sconvolti da una tremenda comunicazione, che getta la protagonista in un perverso gioco pirandelliano. Eva si rende consapevole che per buona parte della sua vita la "forma" ha prevalso sulla "vita": meglio, quella che lei credeva vita era in realtà un teatrino dove tutti gli attori hanno recitato a perfezione la loro parte. Fatica a ricostruire la sua identità, il suo passato appare scombinato come in una burla crudele eseguita sulla sua anima. Eppure, di fronte a tante disillusioni sa sopravvivere con una forza d'animo e una rassegnazione che sorprendono. E la sorpresa, il colpo di teatro, si può dire, costituisce il leitmotiv del romanzo, costruito tra passato e presente, con flashback che squarciano un vissuto tra gioie e dolori, di aspettative e di amari disinganni."

RECENSIONE
 
Non ho niente da ridire sulla profondità della storia raccontata in questo romanzo, sull'intensità delle riflessioni e dei sentimenti della protagonista. A volte, è vero, non ho condiviso le sue scelte o alcune sue opinioni, probabilmente, se fossi stata al posto suo, in certe situazioni non mi sarei comportata allo stesso modo, ma comunque questo rientra all'interno di un gusto che è puramente personale.
Invece, torno a ribadire quello che del modo di scrivere di Roberta Sorgato avevo già detto a propostio di "Cuori nel pozzo", un romanzo successivo ma molto simile sotto questo punto di vista: e cioè che l'intera opera non è altro che un grande e frammentato flashback.
La storia si apre con la protagonista, Eva Ernesti, ormai non più nel fiore degli anni, alle prese con una sconvolgente rivelazione e con una vita familiare che sta andando alla deriva. Tuttavia, quello che di Eva nel tempo presente il lettore legge è davvero poco, tanto che si potrebbe condensare nel giro di poche pagine. Questo perchè la protagonista si rivela attraverso il suo passato, i suoi ricordi, i pensieri che sono nati e si sono sviluppati a partire da certe esperienze significative, e pertanto la tecnica del flashback la fa da padrona. Ma quando si cominciano ad avere dei continui salti nel passato, e soprattutto, una serie di flashback dentro ad altri flashback, per il lettore comincia a diventare un po' troppo complicato ricostruire l'ordine cronologico dei fatti e seguirli con ordine. Anche perché i ricordi molto spesso hanno origine da degli spunti, da delle frasi della protagonista, ma non hanno un momento preciso nel passato in cui collocarsi: si possono avere ricordi dell'anno precedente così come dell'infanzia e poi si riprendono quelli dei tempi attuali. Personalmente ho trovato questa scelta un po' contorta, non proprio azzeccata e, avendo letto appunto anche un altro romanzo della stessa autrice, posso affermare che non si tratta di una specificità del romanzo, ma proprio di una caratteristica stilistica e narrativa di Roberta Sorgato che personalmente non trova il mio, diciamo così, favore. 
Altro elemento di confusione, è il fatto che nella grafica la fine dei dialoghi non sia molto spesso segnalata e più di una volta mi sono trovata a dover rileggere più di una volta la stessa frase per capire chi stesse parlando, se il racconto fosse ancora incentrato sul passato o se Eva aveva ripreso a guardare il presente.

La protagonista è il personaggio meglio riuscito: psicologicamente caratterizzato, vivo, concreto se si può dire questo di una figura immaginaria, riflette una donna qualunque, alle prese con le sofferenze, con i sempre numerosi problemi e le onnipresenti delusioni della vita quotidiana. C'è anche da dire che, però, che la quantità di "imperfezioni" di cui è costellata la sua vita appare, in alcuni tratti, perfino esagerata: insomma, sembra quasi che non ce ne sia una che le vada bene fino alla fine. Il marito assente, il figlio lontano, la morte e l'abbandono di persone care, diverse scoperte sconvolgenti che la portano a rileggere tutto il suo passato in chiave completamente diversa... sembra quasi una forzatura di una vita davvero reale, e in alcuni tratti, ancora più forzati appaiono i personaggi. Non perché essi non siano verosimili, o non ci si possa appassionare ai loro discorsi - Massimo, ad esempio, un uomo che entrerà nella vita di Eva riportandola ad una "primavera" mai vissuta, dà un valore fondamentale alle origini, al legame con la propria terra e  le sue parole sono sempre vibranti di passione - ma hanno aspetti che personalmente non mi hanno convinta, che lasciano una sorta di perplessità, di incertezza su quale sia il modo migliore, il più corretto per giudicarli.

Lo stile della scrittura invece mi è piaciuto: sa trasmettere emozione e coinvolgere, è carico, forse a volte perfino un po' troppo, è sempre teso verso l'ultima parola, verso la fine di ogni pensiero, scena, ricordo. E' ricco e fluido, si legge molto volentieri, sebbene qualche virgola in più di quando in quando non avrebbe guastato.

I temi sono numerosi e vari: il ritorno alle origini, l'importanza della propria identità, di affrontare il passsato per costruire un nuovo presente, iniziare una nuova vita e ritrovare se stessi, amalgamati all'interno di un romanzo quasi autobiografico, in parte psicologico, ma comunque articolato, attraverso il quale sembra di poter scorgere l'anima , non tanto di Eva, quanto piuttosto dell'autrice stessa.
 
 

 

giovedì 10 ottobre 2013

**Anteprima specialissima** "Il Sigillo di Aniox - Il Destinato!" - Eccezionalmente uno spizzico!

Dopo una serie di tentativi miseramente falliti per convertire un file word in PDF e viceversa, ho deciso di pubblicare la prima parte del primo capitolo del secondo volume della mia trilogia direttamente come post, ponendomi in paziente attesa del momento in cui il mio personal computer sarà nuovamente disponibile per l'uso e mi consentirà di armeggiare tranquillamente tra i progammi di conversione, senza dover ricorrere a opzioni online a pagamento.  Ecco quindi a voi, in anteprima assoluta, un brano estratto dal primo capitolo! Curiosi di sapere che cosa succederà a Jack, Rut e tutti gli altri? *-*
 Buona lettura!!


CAPITOLO 1 : IL DESTINATO


Jack entrò nella sua camera, quella stessa vecchia camera in cui Miluna l’aveva cullato dolcemente centinaia di volte e che nei suoi ricordi appariva pochissimo, al punto che la riconosceva a stento. Eppure era tutto lì, perfettamente intatto, proprio come l’aveva lasciato. Nessuno aveva spostato niente dal giorno della sua partenza, più di cinque anni prima. I servi avevano mantenuto pulito l’intero ambiente, come se avesse sempre abitato tra quelle mura. La spada di legno, con cui Murdoch lo faceva allenare all’inizio, giaceva dimenticata in un angolo, come se stesse solo aspettando che qualcuno la impugnasse e le facesse rivedere il cielo. Solo che ora il cielo era coperto da una spessa cortina di nubi cariche di pioggia, che a tutto facevano pensare fuorché alla pace e alla serenità.
Il ragazzo restò immobile sulla soglia, con una mano appoggiata allo stipite. Non sentiva niente, non un pizzico di nostalgia, nulla. Era privo di emozioni. Aveva aspettato quattro giorni prima di tornare in quella stanza; prima non se l’era sentita. Troppi ricordi di sua madre, della sua vita precedente, passata ad odiare senza motivo. Del rancore che aveva provato per suo padre non restava che la memoria e a volte il senso di colpa. Tuttavia, non poteva negare di non trovarsi perfettamente a proprio agio in quel castello di campagna. Dopo la guerra, avrebbe continuato a vivere al Leheda.                                                                                                                                     La camera non era niente di particolare. Non era neppure molto grande. Alla sua destra c’era un letto, troppo piccolo perché potesse ancora dormirvi, ma con le lenzuola fresche di bucato. Ai suoi piedi, chiuso con un lucchetto, stava un baule dove soleva, durante l’infanzia, riporre i suoi giocattoli prima di infilarsi sotto le coperte. L’armadio era invece alla sua sinistra, semplice e privo di intarsi. Sulla parete opposta, una finestra proiettava all’interno la luce quasi stanca di quel primo pomeriggio.                                                                                                                                       Jack sospirò. Si chiese come stesse andando la battaglia, se stavano perdendo o acquistando terreno, e sperò che tutto andasse per il meglio. Non osava immaginare cosa sarebbe successo se fossero stati sconfitti. Non voleva pensarci. Dopotutto, si erano ritirati in quella casa per sfuggire agli orrori della guerra, non per tormentarsi sui suoi possibili esiti.                                                                           -Tutto bene? È da un po’ che ti cerco - chiese Rut, arrivandogli alle spalle e circondandogli il braccio. Era terrorizzata, glielo si leggeva negli occhi. Era pallida e il suo viso mostrava i segni delle notti passate a contemplare l’orizzonte.                                                                                     -Non lo so - rispose mesto lui.                                                                                                             -Credevo che non avrei mai rimesso piede in questa stanza, mai più parlato con Murdoch, e invece eccomi qui.                                                                                                                                                   -Però tu e tuo padre siete tornati ad essere una famiglia, e questa è una cosa bellissima.                    -Veramente non lo siamo mai stati prima d’ora -si voltò a guardarla e le sorrise. - Credo proprio che diventerai una grande sovrana.                                                                                                                Si pentì subito di quel complimento. Rut si rabbuiò e andò a sedersi sul pavimento, con la schiena appoggiata al muro.                                                                                                                                -Se mai diventerò Regina. Non so se riusciremo ad uscire vincitori da questo scontro - mormorò stringendosi le ginocchia al petto.                                                                                                       -Se disgraziatamente dovessimo perdere, il Destinato potrebbe, anzi, sicuramente mi ucciderà.         -No, non lo farà mai. Dopotutto ti ha proposto di fidanzarti con lui, non lo avrebbe fatto se ti volesse morta.                                                                                                                                                         -Mille volte meglio morire che diventare una sua schiava.                                                                           -Però qualcosa di buono ne abbiamo ricavato anche da quella faccenda - sussurrò lui.                         Sotto lo sguardo del ragazzo, Rut arrossì fino alla radice dei capelli al ricordo di ciò che era accaduto tra di loro. Abbassò lo sguardo a fissare il pavimento mentre lui le si sedeva accanto, tanto vicino da toccarla.                                                                                                                             -Ti chiedo scusa di nuovo. È stato più forte di me, ho agito senza pensare. Per un attimo la mia testa ha smesso di funzionare e il mio corpo si è mosso da sé. Puoi perdonarmi?                               -Io credo di averti già perdonato. È passato parecchio tempo, sembra il ricordo di un’altra vita.            Jack sospirò, passandosi una mano tra i capelli. Forse era quello il momento più opportuno per dichiararsi, forse non ci sarebbe stata un’altra occasione, ma non riusciva a trovare le parole per farlo. Doveva pensare a qualcos’altro, subito.                                                                                     -Hai mai pensato al tuo futuro? - le domandò.                                                                                         -Non mi sono mai spinta così lontano. Mi limito a pensare a domani, ma… non riesco a vedere il sole o la luna o le stelle, vedo solo un mare di oscurità e ho paura, tanta paura, perché non so quello che succederà alla mia famiglia, al mio popolo, a tutte le persone di questo mondo - rispose lei cominciando a singhiozzare. Calde stille presero a scenderle lungo le guance mentre si prendeva il volto fra le mani.                                                                                                                                    -La battaglia è iniziata quattro giorni fa e non abbiamo ricevuto alcuna notizia, nessun segno del suo andamento e io non so se i miei genitori stanno bene o se sono feriti e non faccio altro che pensare a loro giorno e notte e non so per quanto ancora riuscirò a resistere. È terribile, vorrei essere lì con loro e…                                                                                                                                          Il suo pianto soffocò sulla spalla di Jack, che l’aveva stretta tra le braccia.                                    -Andrà tutto bene, vedrai - la tranquillizzò baciandole la testa.                                                               Rut si lasciò andare del tutto: si abbandonò contro il suo petto come se fosse l’unica ancora di salvezza di cui potersi fidare.                                                                                                           -Non mi abbandonare - lo pregò.                                                                                                      -Non lo farei mai. Non potrei vivere sapendo che sei in pericolo.                                                        Rut aveva bisogno di lui, Jack lo sapeva. Però non lo amava, certamente nemmeno un quarto di quanto l’adorava lui.                                                                                                        Improvvisamente, un oscuro presagio si insinuò nella mente della ragazza e scese fino al cuore, come una lama affilata che penetra la carne più tenera. Un brivido di terrore le corse lungo la schiena e Jack se ne accorse.                                                                                                                              -Qualcosa non va?                                                                                                                                   Rut restò immobile, pietrificata, mentre il calore sembrava abbandonare il suo corpo. Si liberò dalla stretta del nobile e andò alla finestra, cercando di scorgere un indizio, qualsiasi cosa che potesse indicare la situazione della guerra, ma distinse solo nere colonne di fumo all’orizzonte. Nonostante ciò, le appariva tutto incredibilmente calmo. Troppo.                                                                      -E se il Re e la Regina fossero morti? Non posso prendermi cura del Regno e poi non posso andare avanti da sola!                                                                                                                                       -Tu non sarai mai sola, Rut - la interruppe Jack con slancio.                                                      Si avvicinò e si fermò davanti a lei. - Io ci sarò sempre. Anche quando non mi vedrai, quando tutto dovesse andare male, non dovrai mai perdere la speranza. In un modo o nell’altro, io ti starò sempre vicino, costi quel che costi. Te lo prometto.                                                                                             -Perché fai questo?                                                                                                                                  La domanda spiazzò il ragazzo. Si era aspettato che lo ringraziasse, che gli esprimesse la sua gratitudine, e invece l’unica risposta che riceveva era la richiesta di una motivazione. Non voleva che la persona cui teneva di più al mondo soffrisse. Serviva una spiegazione, per questo?            -Be’ perché… Perché ormai ci conosciamo da molto tempo e non voglio che ti succeda niente di male. Siamo amici, no? - la interrogò, guardandola negli occhi.                                                           -Sì. Siamo amici.                                                                                                                             La Principessa abbassò lo sguardo.                                                                                                              -Per un momento ho creduto che tutto fosse perduto - gli confessò.                                              - Ma che dico! Non abbiamo mai avuto nessuna speranza di vincere! E io lo sapevo, ma non volevo crederci!                                                                                                                                           -Non abbiamo ancora perso.                                                                                                                             -Credi sul serio che riusciremo a trionfare?                                                                                      -Sì, ne son convinto.                                                                                                                                  La giovane si asciugò le lacrime con il dorso della mano.                                                                              -Quando incontrai Magonza per la prima volta, lei predisse che entro due anni da quel giorno ci sarebbe stata una guerra a seguito della quale un mago nero avrebbe fondato un regime di terrore e riunito i Ventiquattro Regni sotto un unico stemma. Tutto combacia! - esclamò Rut girando per la stanza.                                                                                                                                                    -A volte anche le veggenti sbagliano - commentò il barone, ma l’altra parve non udirlo.                           -Devi scappare, non puoi restare qui -fece lei improvvisamente.                                                                 -Cosa?! Non puoi chiedermi di farti questo! La mia vita non vale quanto la tua, perciò se qualcuno deve essere salvato, quella sei tu.                                                                                                                 -Sciocco! - mormorò Rut, dandogli le spalle. - Nessuna vita vale più di un’altra. Hanno tutte lo stesso valore.                                                                                                                                             -Però io rinuncerei volentieri alla mia vita, se servisse a preservare la tua.                                 Solo dopo un po’ Rut rispose.                                                                                                                -La verità è che non voglio perderti.                                                                                                         -Nemmeno io.                                                                                                                                  -E vorrei che restasse sempre così tra noi due, com’è in questo momento.                           Perché non di più, Rut?                                                                                                                       Jack cominciò ad accarezzarle distrattamente il braccio, ottenendo come unico risultato che lei si irrigidisse. Per evitare che si spingesse oltre, la ragazza si sciolse dal suo abbraccio, andandosi a sedere sul letto per nascondere l’imbarazzo.                                                                                          -Questa era la tua camera quando eri bambino. Cosa sognavi a quel tempo? - chiese, preferendo cambiare discorso.                                                                                                                                 -Tante cose che non si avvereranno mai.                                                                                                     -Non vuoi dirmi cosa?                                                                                                                      -Prima mi piacerebbe sapere cosa sognavi tu. Lo so che poco prima ti ho fatto una domanda simile, ma ora vorrei sapere non quello che avevi intenzione di fare, ma quello che ti sarebbe piaciuto.        -Sognavo di essere felice. Non mi importava la strada che avrei preso, le persone che avrei incontrato, mi bastava sapere che avrei potuto incontrare la felicità sul mio cammino.                               Il ragazzo le si accomodò accanto.                                                                                                         -Non avevo grandi ambizioni, nessun progetto in particolare, ogni giorno immaginavo uno stile di vita diverso, ma sempre libero - sospirò, chiudendo per un attimo gli occhi.                                   -E non pensavi a costruirti una famiglia?                                                                                                     -Famiglia? No io… - le parole le morirono in gola quando si rese conto che i loro volti si erano fatti via via sempre più vicini ed ora si trovavano ad appena un palmo di distanza, tanto che poteva sentire il respiro eccitato di lui riscaldarle le guance. Sperò che Sara o qualche altro abitante del castello venisse a cercarli, interrompendo quella pazzia, ma non si udiva altro suono al di fuori dei loro fiati. Il tempo pareva essersi fermato, le loro labbra erano vicinissime, prossime a sfiorarsi. Catturati com’erano dalla magia di ciò che stava per accadere, i due adolescenti non si accorsero che un’ombra aveva per un momento oscurato la flebile luce che entrava dalla finestra. Nel momento esatto in cui le loro bocche stavano per toccarsi, un potente ruggito scosse le mura di pietra e fece vibrare i vetri.                                                                                                                  In un secondo, Jack tornò completamente in sé, freddo e lucido, ma con una paura intensa, mai provata prima, appiccicata alla pelle. Né l’esercito di Aniox né i suoi alleati avevano il potere di piegare anche il più docile dei draghi a guidarli in quel luogo e non c’erano bestie di quella razza che avessero abbracciato la loro causa abbastanza generose da accompagnare i sovrani del Regno a riprendersi le figlie. Magonza aveva avuto ragione fin dall’inizio. Pochi secondi dopo, un nuovo ruggito, più forte del precedente, riempì le loro orecchie.