venerdì 11 dicembre 2015

[Recensione] "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini

Sono passati due mesi e mezzo o giù di lì. Non dirò che è stato semplice. Me la sono cavata, sopravvivendo con poco al mese, andando in biblioteca nel weekend per poter adempiere ai miei doveri di studentessa. Ma ora, ora che FINALMENTE è arrivato il modem e la connessione internet va, preparatevi, perché ho una lunga carrellata di segnalazioni librose in arretrato! Cominciamo con una recensione "sospesa".


D’accordo. La devo smettere di guardare i film e poi leggere i libri. È una strategia fallimentare. E la lettura di “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini ne è la prova lampante. Il motivo?
Qualche tempo fa vidi la extended version del film omonimo, Venuto al mondo, tratto appunto da libro e diretto da Sergio Castellitto. Che interpreta una parte nel film. Che è, guarda caso, il marito della Mazzantini. Che ha fatto interpretare la parte di uno dei protagonisti al proprio figlio. Che al mercato mio padre comprò. Risultato?
Il lungometraggio è pari pari il libro, in un modo impressionante. Praticamente hanno usato direttamente il romanzo come sceneggiatura, quindi mi sono essenzialmente rovinata la lettura del libro di carta e inchiostro, sigh!







TITOLO: Venuto al mondo
AUTORE: Margaret Mazzantini
CASA EDITRICE: Mondadori
PAGINE: 531

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2008
PREZZO:euro 14,00


Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all'aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l'amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d'amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L'avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l'aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L'assedio di Sarajevo diventa l'assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.









Dunque, come al solito, la domanda che mi pongo quando devo scrivere una recensione è: da dove cominciare?
Forse, in questo caso, conviene cominciare spiegando il perché ho voluto leggere questo libro.
Ci sono fondamentalmente tre motivi:
- ho trovato il film molto intenso e “crudo”, del tipo di quelli che si prestano a lunghe e intense riflessioni, da consumare in silenzio e con serietà
- ero curiosa di leggere il libro, perché speravo che mi trasmettesse con ancora più efficacia quelle emozioni, quei nodi alla gola della versione cinematografica
- c’è stato un periodo in cui questo libro andava di gran moda e lo sentivo nominare dappertutto, ma a me non sono mai piaciute le mode, per cui ho voluto aspettare qualche anno per prenderlo
- non avevo mai letto nulla della Mazzantini prima d’ora, e speravo di scoprire un’autrice nostrana che fosse in grado di incantarmi con le sue storie, e di farmi finalmente dire di aver trovato “la mia scrittrice italiana preferita”.
(Quanti si sono accorti che i punti in realtà sono 4? XD)


Speranze infrante? Beh, non proprio. Sospese e ibernate, più che altro. E ora vi spiego perché.

Sicuramente accostarmi al libro conoscendo già la storia per filo e per segno non è stato un bene. Seguite il mio consiglio: se siete interessati a quest’opera, date la precedenza al libro, oppure guardate il film, ma risparmiatevi il tempo che impieghereste per leggere il romanzo, perché rischiereste di rimanere delusi o nella migliore delle ipotesi indifferenti. Non fraintendetemi, la storia è molto intensa e molto complicata, ricca di temi, credo di poter dire che alcuni aspetti siano davvero un pugno nello stomaco, ma ci si deve approcciare con la mente sgombra, senza sapere nulla, altrimenti il gioco non va, i colpi di scena non rendono, non sono così sconvolgenti come dovrebbero essere.

Tanti temi, dunque: si parte da un amore che sembra assurdo, impossibile, solo una notte passeggera e poi ognuno torna al proprio mondo, tra Diego, fotografo genovese, e Gemma, donna romana già prossima al matrimonio. Lo sfondo fin da subito è Sarajevo, all’epoca delle Olimpiadi invernali, prima della guerra, quando anzi alla guerra nessuno pensava. Questo amore assurdo sboccia sempre di più, diventa reale, nonostante la resistenza e la razionalità di Gemma. Ma per Gemma, accettare Diego è solo il primo passo di una lunga storia: la prima parte del libro è incentrata molto sul tema della maternità/sterilità, sull’odissea per cercare di avere un bambino, sulla trafila burocratica e non solo, per l’adozione, la negazione dell’affido e le conseguenze sul rapporto tra i due. Tutto questo rischia quasi di incrinare irrimediabilmente il rapporto tra Diego e Gemma, che decidono un po’ di tempo di tornare a Sarajevo, dove la loro storia è iniziata. Lo scopo principale per cui fanno ritorno nella città jugoslava è la ricerca di una “cicogna”, che sembra loro di trovare nella persona di Aska, una giovane musicista con la passione dei Nirvana e il sogno del successo.
Ma la maternità passa quasi in secondo piano quando, improvvisamente, scoppia la guerra fratricida che porta Sarajevo sull’orlo del collasso.

Tutto il romanzo è raccontato con un stile disincantato, duro. In particolare, quando la Mazzantini racconta la parte della guerra, sembra quasi di vedere davanti ai propri occhi gli edifici martoriati dalle granate e dai mortai, di sentire la polvere delle strade, di sentire lo scoppio delle armi. Quello che è successo a Sarajevo fu davvero tragico, e la Mazzantini l’ha descritto come tale.
Insomma, c’è molta carne al fuoco se vogliamo parlare della trama. Ma non credo di avere l’autorità per lanciarmi in riflessioni di tipo storico-politico, anche perché non so onestamente a quanti interesserebbero.
Vorrei dunque spiegare perché questo libro non mi ha entusiasmata.

Sono perfettamente consapevole che vicende simili non si possono raccontare in modo leggero e spensierato, e questo mi sta bene, riconosco che l’autrice è stata brava a narrare quello che ha narrato, ma al tempo stesso mi hanno davvero disturbata degli “scadimenti” di stile in punti dove non li ho trovati assolutamente necessari. Ossia, improvvisamente la Mazzantini sembra quasi rendersi conto che lo stile si sta facendo troppo neutro e ci inserisce qualche frasi o parola particolarmente cruda o diretta, per abbassare e “crudizzare” l’intera parte. Non so bene come spiegarlo… vi faccio un esempio.
Quando Diego e Gemma incontrano Aska per la prima volta, lei suona ad un concerto. Il pezzo è scritto molto bene, è un brano quasi lirico, in cui il lettore si perde nell’immaginaria melodia della tromba di Aska. Ed ecco che la Mazzantini fa concludere così l’esibizione della “cicogna”:


“La ragazza suona, si agita appesa a quella tromba, ci muore dentro. Poi si riprende, come un’attrice consumata che muore in scena ogni sera, e adesso sorride scoreggiando una specie di marcetta”.


Dico io, era proprio necessario rovinare tutto con quel scoreggiando? Serviva davvero rovinare un pezzo lirico con questa parola? Non mi sconvolgo a leggerla, ho letto cose di gran lunga peggiori, ma mi ha fatto storcere il naso diverse volte questo fatto dei “salti” di stile verso il basso dove io personalmente non ne vedevo assolutamente la necessità. Qui si parla di musica, in altre occasioni si trattano temi più delicati e ugualmente ci si lancia in crudezze spigolose che sì, rendono bene l’idea della tragicità, della sofferenza, ma…è davvero questo l’unico modo, o il più efficace, per raggiungere questo obiettivo?

Onde per cui non so proprio cosa pensare di questo libro, né della sua autrice. Non sono di sicuro arrivata a definirla “la mia autrice italiana preferita” (e oserei anzi dire che dovrò cercare ancora, forse a lungo), ma non mi sento neanche di denigrarla. Sono rimasta indifferente, e questa forse è la cosa peggiore. Credo che, per dare un giudizio sulla Mazzantini, e per poter mettere meglio a fuoco le caratteristiche di Venuto al mondo dovrei leggere qualcosa d’altro della stessa autrice. Per ora non so davvero cosa pensare, il che devo dire non mi capita molto spesso con le mie letture.

Insomma…boh! Voi avete letto questo, o altri libri, della Mazzantini? Che cosa ne pensate? Venuto al mondo è un caso unico nella produzione letteraria di questa scrittrice o questo è proprio il suo stile?

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